In data 23 giugno, la Camera ha approvato, in via definitiva, la Legge n°103 “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”.
Al di là delle valutazioni di merito, è, certamente, una legge con cui il legislatore realizza un importante intervento del sistema ordinamentale penalistico.

Nell’ambito delle novità introdotte, sul piano del diritto penale sostanziale, si segnala l’ingresso, nel nostro ordinamento, di una nuova causa di esclusione della punibilità, tassativamente normata ,l’articolo 162-ter c.p. “estinzione del reato per condotta riparatoria“ che comporta la proposizione di risarcimento pecuniario riparatorio, con conseguente inapplicabilità della sanzione penale, già prevista per lo specifico reato.

La norma che, sistematicamente, è collocata tra l’istituto dell’oblazione e la sospensione condizionale della pena, trova ambito di applicazione limitato ai soli delitti punibili a querela di parte.

In realtà, a ben guardare, sebbene sia stato presentato come novità assoluta nel panorama legislativo, tale ambito applicativo risultava essere già presente all’interno del nostro ordinamento, poiché era possibile raggiungere il medesimo risultato sostanziale con il risarcimento del danno e la remissione della querela.

La scelta legislativa dovrebbe produrre risultati deflattivi del carico dei processi penali, anche se, per valutare concretamente tale scopo, occorrerà attendere almeno un anno di applicazione della riforma.

La norma, nella parte in cui garantisce il contradditorio, prevedendo l’audizione dell’imputato e della persona offesa, permette al giudice di acquisire tutti gli elementi necessari per valutare, congiuntamente, grado di colpa e danno cagionato, bilanciandolo con la proporzionalità della condotta riparatoria e fissando la procedibilità entro la dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

La realizzazione della condotta riparatoria, fondamentale per ’escludere la punibilità, può avvenire mediante restituzione, risarcimento o eliminazione delle conseguenze dannose attraverso cui il giudice, senza alcun criterio prestabilito dalla legge, dovrà valutare se sussistano i presupposti per l’integrale riparazione del danno cagionato.

La peculiarità di tale nuova causa di estinzione del reato è, tuttavia, rappresentata da una sorta di perentorietà con la quale il giudice “deve ” riconoscere la congruità della somma offerta a tale titolo, superando anche la resistenza della volontà punitiva del querelante.

E’ presente un margine di flessibilità che, addirittura, prevede la possibilità di rateizzare la somma dovuta a titolo di risarcimento del danno, rimanendo, tuttavia, in vigore la possibilità di una riviviscenza della punibilità “tradizionale” del reato nel solo caso di inadempienza al piano di pagamento.

L’art.162 ter c.p. sarà applicato solo ai giudizi di merito in corso, escludendo procedimenti già in grado di legittimità, poiché tale strumento non è nelle prerogative della Suprema Corte.

Sebbene vi siano due contrapposti orientamenti circa la sistematica compatibilità della nuova causa di estinzione del reato, la norma sembra applicarsi anche al reato di atti persecutori “lieve” ex art. 612 bis nel caso specifico in cui la minaccia grave sia reiterata, con conseguente possibilità di remissione della querela.

Vi sono stati, recentemente, dibattiti e polemiche, poiché il Tribunale penale di Torino ha ritenuto congrua l’offerta, da parte di un imputato di atti persecutori, della somma di 1500 euro ed ha, pertanto, estinto il reato, pronunciando sentenza di non doversi procedere, pur con il parere contrario della persona offesa.

La pronuncia ha fatto discutere e, allo stato, si dibatte circa la possibilità di aggiungere all’art 162 ter c.p. il periodo ”le disposizioni del presente articolo non si applicano ai casi di cui all’articolo 612 bis c.p.’‘, appunto gli atti persecutori.

Pare ovvio che l’art.162 ter c.p. non possa essere inquadrato tra gli strumenti di realizzazione della c.d. giustizia riparativa, poiché non presuppone pentimento o rieducazione del reo, ma, soltanto il risarcimento del danno alla vittima che si vedrà costretta ad accettare una deflazione del procedimento in cambio di una giustizia più veloce e orientata a criteri che, evidentemente hanno un origine razionale nell’ordinamento anglosassone.

Altrettanto è evidente come l’illecito di atti persecutori ex 612 bis c.p., introdotto nel 2009 nel nostro ordinamento, contenga, nel proprio alveo normativo, tutta una serie composita di comportamenti, da condotte di particolare gravità e pervicacia per cui non sia comunque applicabile la normativa sulle condotte riparatorie, a comportamenti oggettivamente e
soggettivamente lievi che non meritano particolare stigma e che possono essere paragonate a poco più che forme di molestia.

Ebbene, al di là di ogni retorica, ritiene chi scrive che, per queste forme, nell’autonoma ed insindacabile valutazione del giudice, non vi sia una deminutio dei diritti della persona offesa nella previsione delle condotte riparatorie.

Anzi, viene sancito un diritto/ dovere dell’ordinamento a definire in tempo brve e con forme di equo risarcimento, comportamenti che hanno sì arrecato danno alla persona offesa, ma che non rivestono tale particolare importanza da meritare un procedimento penale.

Infatti, soprattutto con riferimento a norme che contengono al loro interno condotte di varia natura e gravità, come è indubbiamente il 612 bis c.p., la valutazione sistematica di ogni riforma deve avvenire con riferimento al caso concreto, non in modo aprioristico.

Vedremo, in futuro, il sedimentarsi della giurisprudenza sul punto e come si dipaneranno i singoli casi concreti tra gli atti persecutori lievi e le condotte riparatorie.

 

23 Ottobre 2017

Ilaria Li Vigni