di Paolo Pivetti

Sono scaduti da pochi giorni i termini per presentare alle scuole i certificati di vaccinazione dei ragazzi. E questo sembra un punto definitivo sul vaccino, che è stato a lungo un controverso tema d’attualità: vaccino sì, vaccino no…
Val la pena di spendere qualche parola sul fatidico nome.
Cominciamo col dire che in italiano vaccino è, prima che un nome, un aggettivo e significa di vacca. Ma che c’entra questo? C’entra, c’entra. Vediamo come.

Un buon vocabolario vi mostrerà una serie di esempi: latte vaccino, carne vaccina, bestiame vaccino, sterco vaccino, vaiolo vaccino. Ci siamo. Ecco che proprio qui la storia s’ingarbuglia: attorno a questo aggettivo, vaccino, che di colpo diventa sostantivo. Perché? Perché proprio dalle pustole del vaiolo vaccino, non contagioso per l’uomo, latinamente varìola vaccina, il medico inglese Edward Jenner ottenne nel 1796 il rimedio per prevenire il vaiolo nell’uomo: una minima quantità di quel materiale infettivo, inoculata con una piccola incisione, rendeva immuni dalla terribile malattia, allora molto diffusa e spesso mortale.

Dopo Edward Jenner comincia lo sviluppo inarrestabile dell’immunologia. E poi, le ricerche, nella seconda metà dell’Ottocento, di Robert Koch sulla tubercolosi, quelle successive di Louis Pasteur sulla rabbia. E per tornare all’origine della parola vaccino, fu proprio il Pasteur a coniare questo termine per designare il farmaco immunizzante in onore e memoria dello Jenner e delle sue scoperte che erano partite appunto dal vaiolo vaccino. Certo, nella storia della vaccinazione occupano un posto speciale Jonas Salk e Albert Sabin che nella prima metà del Novecento misero a punto il vaccino contro la poliomielite.

Ma in realtà la storia del vaccino e della vaccinazione nella medicina è molto più antica, e risale, nei suoi albori, addirittura agli anni attorno al Mille, in India e Cina. I medici indiani e cinesi avevano sin d’allora messo a punto, sulla base dell’esperienza, una tecnica di prevenzione che, per i tempi, aveva il sapore della magia. Estraevano dalle pustole di un malato di vaiolo che fosse già in via di guarigione, del materiale infettivo, e lo iniettavano sotto pelle a persone ancora sane, contagiandole. Dopo che l’infezione era stata superata, e va aggiunto se era stata superata, costoro risultavano immuni dalla forma più grave della malattia. Ma ancor prima, nell’antica Grecia, già Tucidide, famoso storiografo, aveva osservato che, durante la pestilenza di Atene nel 429 a.C. le persone guarite non si ammalavano di peste una seconda volta. Dunque da sempre la ricerca ha girato attorno all’idea di curare una malattia sfruttando i suoi stessi agenti patogeni.

Difficile mettersi contro tutto questo.