ARRIVANO NOVITA’ SUL CASO TOBAGI

di Renzo Magosso e Marco Volpati

 

Negli Stati Uniti d’America, all’ingresso dei più frequentati studi legali è bene esposta una frase: “L’importante non è avere ragione o torto: per vincere muoviti per primo”. In particolare il verbo usato è “shoot” (tira, colpisci, spara).

Ormai, anche da noi conviene “sparare per primo”. Lo dimostra l’impressionante aumento dei fascicoli giudiziari riguardanti cause per diffamazione che hanno come obiettivo i giornalisti. Va detto che, in buona parte, le sentenze (spesso dopo molti anni di percorso giudiziario) terminano con l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Chi ha mosso la querela incassa comunque la vittoria che si proponeva: il blocco per anni dell’inchiesta giornalistica che lo coinvolgeva. Nel frattempo la notizia è diventata “vecchia”: l’opinione pubblica l’ha “dimenticata”, non interessa più. E che cosa succede tra querelante e querelato? Finisce con un “arrivederci e grazie” che suona come una beffa. Succede perché non esiste uno strumento di tutela: l’articolo 96 del codice di procedura civile, per esempio, punisce il promotore di una querela pretestuosa con una sanzione blanda, quasi mai applicata, sulla base di una valutazione tecnica: “ Paghi una multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente”. Tutto qui.

Caterina Malavenda, che è un avvocato attento e segue da molti anni le cause dei giornalisti, spiega cosa succede in una causa anche civile nel diritto anglosassone: “Il giudice ha il potere di condannare al pagamento dei danni punitivi. Chi ha chiesto, per esempio, 10 milioni di sterline, rischia di doverne versare anche il doppio se viene riconosciuto il suo torto. E’ una sanzione parametrata sul valore della libertà d’informazione quando è stata limitata da un comportamento intimidatorio”.

Ebbene, negli ultimi 10 anni sono stati più di 1300 i giornalisti italiani intimiditi, minacciati e in gran parte coinvolti in querele pretestuose: in molti casi (oltre 50) le richieste di “risarcimento per danni morali” hanno abbondantemente superato il milione di euro. Oltretutto in evidente contrasto con le sentenze della Corte Europea di Strasburgo che indicano in 30 mila euro la somma più alta da comminare al giornalista ritenuto colpevole di diffamazione.

Anche per questo motivo Reporters Sans Frontieres ci colloca fra i paesi nei quali l’informazione ha “problemi sensibili” e ci inserisce al 57.mo posto in una graduatoria di 179 nazioni.

Abbiamo più volte denunciato questa situazione negli ultimi 4 anni come consiglieri dell’Ordine Nazionale Giornalisti avanzando proposte concrete, organizzando convegni ai quali è intervenuta la Rappresentante per la Libertà dei Media dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la Cooperazione in Europa) Dunja Mijatović e denunciando come in Italia la libertà d’informazione subisca limitazioni che non hanno eguali nei paesi fondatori dell’Europa comunitaria e nei paesi occidentali avanzati.

Sui temi delle intimidazioni ai cronisti il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, il presidente della Federazione della Stampa Giuseppe Giulietti e il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso hanno convenuto sulla necessità di promuovere iniziative congiunte di Ordine e Sindacato per contrastare con una legge “ad hoc” le cosiddette “querele temerarie”.

Anche nei casi in cui sono state emesse sentenze seguite da forti critiche e vivaci interrogazioni parlamentari, come nel caso dell’assassinio del giornalista Walter Tobagi. In proposito verranno annunciati nuove importanti notizie e presentata nuova documentazione il 28 novembre in un incontro con i giornalisti presso l’hotel Major, in viale Isonzo 2 a Milano in occasione della presentazione di un libro scritto da Antonello De Stefano, fratello di Manfredi De Stefano che faceva parte del gruppo di fuoco che eseguì l’agguato mortale a Tobagi. Manfredi De Stefano morì in carcere (in situazioni definite “inquietanti”) prima di poter esporre nuove circostanze che avrebbero potuto mettere in luce aspetti non indagati, nel processo d’appello per l’assassinio del giornalista.

 

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