di Paolo Pivetti

Migrare è un verbo della lingua latina, che con i rispettivi composti emigrare e immigrare, è migrato tale e quale nella lingua italiana, conservandovi il suo significato originale, cioè lasciare un luogo per andare a vivere in un altro. Se poi volessimo scavare nei segreti di un remoto passato, scopriremmo, all’origine di questo verbo, la radice indoeuropea MEI, che contiene in sé un’idea di spostamento, di trasferimento.

Verbo di drammatica attualità, questo migrare, che come pochi altri è capace di scatenare polemiche, legate a letture partigiane del fenomeno migratorio.

Discutibile il parallelo tra gli immigrati che arrivano quotidianamente, problema nostro e di tutta l’Europa, e i nostri Italiani emigrati all’inizio del secolo scorso, che varcarono gli oceani per andare a popolare di lavoro e di operosità l’America del Nord, quella del Sud, l’Australia: terre alla cui civilizzazione contribuirono in misura determinante. Ma se, lasciando questi paralleli di ristretta veduta, alzassimo lo sguardo ad orizzonti più ampi, allora potremmo a buon diritto dire, sostenuti dalle testimonianze della storia, che noi tutti Italiani, noi tutti Europei, siamo dei migranti.

Le tracce di questa nostra origine migratoria le troviamo proprio nella nostra lingua, che come tantissime altre appartiene alla grande famiglia indoeuropea, cioè ad un ceppo linguistico enormemente esteso, come esteso è il ceppo etnico degli Indoeuropei, o Arii: dai Latini ai Celti, ai Germanici agli Slavi, fino agli Armeni e addirittura agli Iranici e agli Indiani. Non un popolo solo, ma tante genti, ciascuna con un proprio linguaggio, ma ricco di elementi in comune con le lingue “sorelle”.

Una prova di questa parentela? Prendiamo la parola madre. In latino è mater, in greco antico meter, in tedesco mutter, in inglese mother, in francese mère, in spagnolo madre, in russo matka, in svedese mor, in danese moder, in sanscrito, cioè nell’antica lingua indiana, matar.

Secoli di studi linguistici hanno dimostrato l’origine comune di linguaggi che oggi sono nettamente distinti. Le popolazioni che le parlano, varie migliaia di anni fa, in epoca preistorica, dai territori nativi dell’Europa centro – orientale, migrarono in tutte le direzioni, differenziando le loro storie e le loro culture: a sud verso l’India; a est verso le terre occupate da genti di etnia mongolica; a sud ovest verso le isole e le penisole del Mediterraneo. In questo senso possiamo sì dire che anche tutta la civiltà europea è frutto di una migrazione: una trasmigrazione epocale il cui frutto fu, ed è fino ad oggi, questa ricchissima e preziosa e multiforme identità culturale europea: un’identità che va resa consapevole e difesa in tempi di così aggressiva globalizzazione.