Fra le tante contraddizioni che colpiscono l’italico mondo delle arti marziali, particolare attenzione merita senza dubbio il caso delle scuole tradizionali che vengono insegnate nel Belpaese.
Le poche scuole che si rifanno agli insegnamenti tradizionali con radici storiche nei rispettivi paesi orientali d’origine, dovrebbero rappresentare un’ancora di salvezza per il mondo del Budo in occidente. La tendenza di molti insegnanti a creare scuole proprie, prescindendo dalla reale competenza, mescolando spesso esperienze superficiali diverse, rende più che mai necessaria la presenza e il radicamento di dojo e palestre che tramandino la forma antica e permettano ai praticanti che lo desiderano di conoscere l’origine di ciò che studiano. Curiosamente però, a fronte del grande pressapochismo che colpisce molte scuole moderne di arti marziali, si assiste spesso ad una estremizzazione dei caratteri orientali da parte delle scuole tradizionali, soprattutto in Italia. Si cerca, in parole povere, di somigliare in tutto e per tutto agli orientali e questo vale principalmente per le scuole che si richiamano alla tradizione marziale nipponica. Quasi frustrati dal destino che non ha serbato a loro l’onore di avere caratteri fisici asiatici, molti praticanti di budo tradizionale cercano di imitare, doverosamente, le forme tecniche dei giapponesi, ma ne scimmiottano anche il modo di pensare, agire e sentire, estremizzandone le tradizioni, anche quando queste sono assolutamente prive di senso al di fuori del contesto giapponese e talvolta anche dell’antico contesto feudale nipponico. Non stupisce più, per chi è abituato a calcare i tatami, sentire che in Italia vi siano scuole che richiedono cerimonie di giuramento formale con tanto di firma con il proprio sangue (keppan). Poco importa se poi tali giuramenti sono spesso disattesi nei fatti. Il simbolo vince sul reale sentimento. Quindi per molti conta più un giuramento estetico che un giuramento di fatto, con il cuore e con la mente. La forma assume preminenza sulla sostanza. Si assiste ad aspre diatribe sulla titolarietà di uno stile rispetto ad un altro, guerre infinite sulla primogenitura di una branca rispetto alle altre. Si è arrivati persino ad intraprendere battaglie legali sostenute da carte bollate, fino a registrare il nome di una certa tradizione come un normalissimo marchio commerciale. In nome della tradizione si è così riusciti a stravolgere il vero senso del budo nipponico, che è prima di tutto sostanza e poi, molto dopo, è forma. Un mondo dove il nome è meno importante di ciò che esso deve esprimere. Troppo spesso si assiste in occidente a discussioni sul nome di una tecnica, quando magari i due termini giapponesi che sono all’origine della diatriba hanno per un giapponese lo stesso significato logico. Noi occidentali siamo talmente schiavi dell’apparenza che nel tentativo di assomigliare in tutto e per tutto ai nostri vecchi Maestri del Sol Levante non ci accorgiamo di allontanarci sempre più dal vero senso dei loro insegnamenti.
Roberto Granati
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