Pubblichiamo questa raffinata nota del collega  Paolo Pivetti all’interessante pezzo del collega  Carlo Capurso: lo scambio intellettuale di così notevole livello alza l’asticella dei contenuti proposti dal GSA e conferma il profondo interesse su temi di cultura e impegno sociale che sono la nostra orgogliosa bandiera


di Paolo Pivetti

 

(su “S.O.S. per la lingua italiana“)

Sì, è vero, caro amico Capurso, come tu scrivi, molte parole che noi usiamo vengono dall’inglese: gossip, stalking, brexit, shopping, privacy, trekking… Però attento: hinterland, al contrario di quanto tu dici, viene dal tedesco e guardrail è sì vocabolo inglese, ma tratto dall’antico francese guarder, sorvegliare e dall’altro antico francese reille, sbarra, a sua volta derivato dal latino regula. Questo stesso tuo esempio dimostra quanta circolazione di vita e di reciproche influenze regni tra le lingue, che non sono strutture rigide ma organismi viventi, e si nutrono di scambi, influenze, prestiti. Non impressioniamoci dunque del dilagare, oggi, di parole d’origine inglese, certamente sostenute dalla diffusione di Internet e dal fatto che comunque viviamo ai confini con un impero anglosassone.

Fino a metà del secolo scorso, e nei due secoli precedenti, era il francese a dominare la scena della moda linguistica. E se non ci fosse stata l’influenza francese, non sapremmo come chiamare il bidé, il comò, il sofà, la maionese, il ragù, il plissé, la barrique, e le stesse barricate che furono gloria delle Cinque Giornate di Milano e il cui nome deriva dal verbo francese barriquer.

Dante stesso c’incoraggia ad arricchire la nostra lingua con termini d’origine barbarica quando nella Divina Commedia per significare castoro usa bevero, nome di origine celtica, per l’arte del miniare usa il verbo alluminare, calco del francese enluminer, o disinvoltamente ricorre alla forma “…voce fu per me udita…” dove quel per, complemento d’agente, è un evidente francesismo.

Sventura nazionale fu semmai il Petrarca, o meglio i petrarchisti che, imitando lo stile del grande poeta aretino imposero per cinque secoli alla poesia italiana la camicia di forza di una lingua pura da barbarismi e drammaticamente immobile in una sterile perfezione. E tanto per stare all’aneddotica, in epoca di purismo cinquecentesco si accesero polemiche e battaglie per l’introduzione nella nostra lingua della parola etichetta, proveniente dallo spagnolo etiqueta che l’aveva derivata dal francese etiquette, a sua volta nato per derivazione da un antico verbo olandese stikken che significava appiccicare. Ma queste sono le affascinanti vicende delle parole.

Dove scopriamo che anche l’italiano ha fatto la sua parte di donatore, dato che termini come adagio, allegro con brio, maestro, bravo, bambino, piccolo, ciao, per non parlare di tanti termini gastronomici, sono ormai di uso comune nel mondo.

Tornando all’italiano di oggi, ciò che dovrebbe farci arrabbiare non è la moda dei vocaboli anglofili che oggi ci sono e domani scompaiono (chi parla più di jobs act o di spending review?) ma l’indolente pigrizia di traduttori e adattatori di doppiaggio che trasportando in italiano i testi inglesi di romanzi e film sostituiscono il congiuntivo, il nostro splendido e raffinatissimo congiuntivo, con un brutale indicativo, e questo solo perché nell’inglese, lingua certamente meno raffinata della nostra, il congiuntivo non c’è. Questo becero servilismo culturale è sì un grave attentato alla struttura identitaria della nostra lingua.

Quando in certi film o telefilm sento un padre dire al figlio “Voglio che vai a scuola” mi vien da rispondergli: “Vacci tu, asino, e impara il congiuntivo!”