di Paola Bonetti

 

In questi giorni assisto ad un balletto settecentesco dei nostri politici che aspirano al governo del Paese e mi vengono in mente le parole di Machiavelli, dette all’amico Guicciardini: “Amo la Patria più dell’anima mia” elogiando i Fiorentini per avere, in un certo momento, sfidato l’interdizione del Papa, rinunziando quindi ai sacramenti, piuttosto che tradire il Proprio Stato. Per Machiavelli, la patria, dove si nasce e si è educati è l’unica divinità da lui riconosciuta; egli sempre dimostrò la sua lealtà con uno stile di vita sobrio. Funzionario malpagato della Repubblica Fiorentina intraprendeva lunghi e faticosi viaggi con lenti cavalli per interloquire con le più importanti corti europee del tempo. Con un abbigliamento modesto, subiva umilianti attese facendo anticamera nelle stanze dei potenti dell’epoca pur di avere con loro un colloquio e, con le sue doti diplomatiche, trarre vantaggi per la sua amata Firenze. Riuscì ad avere, per quanto difficile, una relazione con il Valentino, il sanguinario figlio del Papa Alessandro VI, dal quale fu stimato per la sua perspicacia. A lui si ispirò nella stesura del “Principe“, il capolavoro che lo rese famoso dopo la sua morte, per la spregiudicata definizione delle caratteristiche politiche che deve avere il governante di uno Stato.

Per Machiavelli, la politica è morale quando è diretta al “bene comune”; è immorale quando diretta al vantaggio personale; e fa l’esempio del brigante e del soldato che entrambi ammazzano, ma il soldato, a rischio della propria vita, lo fa per la patria; mentre il brigante è omicida per proprio tornaconto e soddisfazione. C’è una grande distanza tra il Machiavelli “politico”, che dà consigli cinici per il Principe e quello dell’Alto Funzionario fiorentino. Aveva a cuore la sua città e immaginava di vederla inserita in un progetto di Unità d’Italia con un esercito autonomo, non mercenario. Non aveva ambizioni personali, in bilico nelle sue relazioni diplomatiche tra il terribile Cesare Borgia e il potente Luigi XII di Francia, fu frainteso e invidiato dai suoi stessi concittadini che lo calunniarono come traditore dei Medici, ritornati al potere, ai quali aveva offerto la sua disponibilità per servire ancora, con la sua grande esperienza, Firenze. Subì da innocente la tortura e l’esilio a S.Casciano. Non approfittò della protezione e dell’incarico prestigioso e ben retribuito offertogli dalla famiglia Colonna a Roma perché volle rimanere nella sua amata patria. Continuò, con dolore a scrivere i suoi pensieri in esilio, dove conduceva una vita modestissima, alternando l’osteria e la compagnia dei villani con i grandi autori latini, nel suo studio fino a notte tarda. Il Segretario Machiavelli non intese mai lodare la slealtà, da lui chiamata un male e un vizio, ma volle adattare i consigli alle circostanze dei suoi tempi, che comunque egli condannava e deplorava.

Freud nella sua opera il “Disagio della Civiltà” affermava che la Civiltà, conquistata con fatica da millenni; è, con le sue leggi, una protezione per l’uomo singolo, costretto per la sopravvivenza a combattere con una natura ostile e con tribù primitive nemiche, ma esige, da parte nostra, una quota di sacrificio rispetto alle nostre pulsioni. Seguendo la cronaca di questi giorni mi viene spontaneo osservare che la “Libido Dominandi” di Agostiniana memoria, ossia il desiderio del potere, sia la più faticosa da sopprimere.