di Gabriella Capone

 

Già si sente il bisbiglio che c’era sulle navi, sulla rotta delle migrazioni, nel golfo di New York

Ellis Island è un’isola dove si arriva dopo aver visto la Statua della libertà, donata dai francesi agli Americani, alla fine del 1800, e consegnata in vari pezzi, con alcune traversate atlantiche. L’ itinerario all’isola dei migranti di fine ottocento è uno dei più emozionanti. Il museo dell’immigrazione, situato in Ellis Island, ha mantenuto tutte le caratteristiche di edificio di accoglienza. C’è anche un’ala moderna dove sono rappresentate le tappe più significative della storia del popolo americano. Nel salone, a piano terra, partono le grandi rampe che portano ai piani superiori ,dove , in stanze ricoperte di vecchie mattonelle bianche, ogni uomo o donna o bambino veniva iscritto in un registro a seconda delle peculiarità. Ci sono i grandi tavoli, dove, oggi come allora, ci si siede, per mangiare, tutti insieme. Le pareti di alcune stanze sono tappezzate da migliaia di foto di migranti e attraverso un registro digitale si possono fare ricerche sui propri antenati , se ci sono. Nelle sale, appena si entra, dietro le grandi vetrate, c’è l’atmosfera di allora, spoglia e fredda, nell’aria si sente il sudore umano insieme ai sentimenti di allora, carichi di aspettative di una vita migliore. Gli occhi spalancati ,che si notano nelle foto di quel tempo, ti colpiscono e non li dimentichi facilmente, mentre ti allontani a bordo di uno dei numerosi traghetti che affollano la baia. Già si avvista lo skyline della Penisola di Manhattan. Ma questa è una ‘ vecchia migrazione’ quando non si cercava solo il ‘ pane’ ma anche benessere ‘interiore’.

Un viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere un occhio nuovo

(M. PROUST)

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