di Paolo Pivetti

 

Raccontare è il nostro lavoro. Di che è fatto un giornale se non di tante storie? Certo, anche di opinioni, guai se mancassero quelle. Ma le opinioni, le prese di posizione, le idee, s’incardinano in fatti che sono pur sempre oggetto di racconto. E allora, raccontiamole pure le nostre storie, ma tenendo ben presente che raccontare è un’arte. Chi pensa che il raccontare serva solo per dare informazioni è fuori strada. E qui nasce il conflitto tra la velocità che è prevalentemente richiesta dalle news, cioè la tempestività nel dare una notizia, e la difficoltà nel saperla raccontare. All’incrocio tra queste due strade c’è probabilmente il giornalista perfetto.

Tornando al raccontare, l’origine della parola, presente nella nostra lingua sin dal Duecento, ci dice qualcosa di più: ci dice che è formata dal prefisso ri mutato in ra, che dà intensità, e dal verbo contare che nell’italiano arcaico significava narrare. Ma già anche narrare, verbo latino trapiantato tale quale nella nostra lingua, ha un significato che va oltre il semplice informare. E se poi analizziamo informare, scopriamo che anch’esso non è del tutto “neutro”, perché propriamente significa “dare forma”, in-formare. In tutti questi verbi è presente a vari gradi l’idea che ogni tipo di comunicazione crea “partecipazione”. E pure comunicare porta in sé l’idea di un contatto che crea fusione. Deriva infatti dall’aggettivo comune che è dal latino communis, che è formato dal cum, “insieme” e munus, “compito”, “incarico”.

Se vogliamo una forma che dia fredda obiettività al racconto, dobbiamo ricorrere a un modo di dire: “dare un resoconto”, “fare una relazione”, che qualcuno sostituisce con gli obbrobriosi resocontare, relazionare.

Ecco dunque: tutti possono dare un resoconto, più o meno corretto, dell’accaduto; ma non tutti sanno raccontare ciò che è accaduto, cioè farlo rivivere in quella dimensione particolare che è la dimensione narrativa.

Nonno, raccontaci di quando eri bambino e c’era la guerra”. E il nonno non informa i nipoti di fatti che loro conoscono benissimo perché ne hanno già sentito parlare centinaia di volte. Il nonno racconta perché ricorda. Attinge cioè alla sua memoria quei momenti di un fatto o di una storia collettiva che sono rimasti per sempre legati alla sua emotività, alla sua affettività. E qui di nuovo la scienza dell’etimologia ci dice che ricordare proviene dal latino re-cordari, a sua volta coniato sul sostantivo cor, cordis cioè cuore.

Sì, raccontare è un’arte. E sta vicino al cuore.