Per secoli i fari sono stati affidati quasi esclusivamente agli uomini, custodi silenziosi del n mare chiamati a vegliare sulle coste e a guidare i naviganti nelle notti più oscure. Eppure, anche in questo mondo rigidamente maschile, alcune donne hanno saputo aprire una breccia, conquistando un ruolo che sembrava precluso al loro genere. Le loro vicende, spesso nate da tragedie familiari e da necessità impellenti, si sono trasformate in simboli di resilienza e coraggio.
La straordinaria vicenda di emancipazione femminile inizia con la prima donna ad essere ufficialmente riconosciuta in questo ruolo: Francesca Arena, che ottenne l’incarico di farista nel 1930 presso il Faro di Capo Marsala nell’Isola di Favignana. La sua nomina rappresenta un evento di singolare rilievo, soprattutto per il contesto storico in cui si verificò, in un periodo in cui la politica di stato era orientata a circoscrivere il ruolo delle donne all’ambito domestico, limitandone drasticamente l’accesso al mondo del lavoro e alla vita pubblica.
La vicenda personale di Francesca si intrecciò tragicamente con la Storia. La tracica morte del maritoguardiano del faro Nicola, pluridecorato in guerra, occorsa per ironia della sorte proprio il 4 novembre (1929), non fu soltanto un lutto personale, ma un disastro che minacciava di cancellare l’intera esistenza della famiglia. Francesca che si trovava da sola con sei figli piccoli da sfamare, non si arrese ma prese una decisione per l’epoca coraggiosa e audace: scrisse una petizione direttamente al capo del governo chiedendo disubentrare al marito. La sua condizione di vedova con sei figli, un’immagine che incarnava l’ideale della “madre” tanto osannato dal regime fascista, divenne paradossalmente la sua più grande risorsa. La sua lotta per la sopravvivenza non era una questione privata, ma una necessità che lo Stato non poteva ignorare. La sua nomina, in un ruolo altrimenti riservato agli uomini, non fu un gesto di progresso politico, ma una concessione pragmatica di fronte a una situazione disperata, una fessura nell’ideologia pubblica che fu forzata dalla dura realtà delle circostanze.
Successivamente, ci volle quasi un decennio per avere un’altra donna farista: Lucia Capuano che assunse l’incarico di farista nel 1939, anche lei quindi nel periodo del ventennio fascista. Lucia viveva al fianco del marito Francesco, farista in servizio al Faro di Punta Imperatore ad Ischia. La loro esistenza era ritmata dalla routine quotidiana e dall’isolamento che caratterizzava il faro. Questa vita fu sconvolta dalla morte il 25 novembre 1937 del marito che lasciava Lucia vedova, con ben sette figli a carico, priva di sostentamento economico e a rischio di perdere l’abitazione presso il faro in cui viveva. Di fronte a tale, triste, prospettiva, Lucia diede inizio a una “battaglia burocratica” che terminò nel 1939 con la sua nomina a guardiana del faro. La vicenda di Lucia Capuano rimane una figura straordinaria per la comunità ischitana che ha continuato a ricordarla, trasformandola in un simbolo locale di coraggio e dedizione.
Le vicende di Francesca Arena e Lucia Capuano acquisiscono un significato ancora più profondo se analizzate nel contesto storico, sociale e legislativo dell’Italia fascista. Durante il “ventennio”, il ruolo della donna nella società fu sistematicamente ridotto a un’unica dimensione: quella di “madre, angelo del focolare”. Il regime esaltava la maternità e le famiglie numerose, ma al contempo implementava misure discriminatorie che penalizzavano il lavoro femminile e limitavano l’accesso delle donne all’istruzione e alle professioni. Questo approccio legislativo e culturale creò una condizione di sottomissione femminile in cui le donne erano considerate “cittadine incompiute”, limitate nei diritti politici e civili e sottomesse all’autorità del pater familias.La perdita di controllo sulla propria vita, sia in ambito lavorativo che familiare, era la norma, rendendo qualsiasi forma di successo professionale femminile un’eccezione piuttosto che la regola.
La nomina di Francesca Arena nel 1930 e quella di Lucia Capuano nel 1939 non possono essere viste come un’inversione di tendenza o un’apertura progressista del regime. Al contrario, esse rappresentano rare eccezioni a una politica chiaramente restrittiva. Le loro vicende dimostrano che, in circostanze estreme e specifiche, la rigida ideologia poteva essere piegata dalla necessità e dalla tenacia individuale. La loro nomina non fu una lotta politica per i diritti di tutte le donne, ma una battaglia per la sopravvivenza della loro famiglia.
Il successo di queste donne si colloca in un quadro più ampio di conquiste femminili, seppur circoscritte e spesso ottenute in sfide personali e professionali. Parallelamente alle loro storie, altre donne italiane si stavano distinguendo in campi diversi testimoniando una spinta all’emancipazione che non era assente, sebbene non fosse supportata dalle politiche statali.
Le storie di Francesca e Lucia si inseriscono in questo contesto come esempi di determinazione che non si manifestò con una ricerca di notorietà, ma attraverso la silenziosa resilienza richiesta da un lavoro duro e onesto. La loro non fu una ribellione plateale, bensì un esempio fatto di gesti concreti e di quotidiana determinazione.
La loro figura si erge come un potente simbolo di forza, resilienza e silenziosa determinazione.Il faro stesso, con la sua luce che fende l’oscurità e guida i naviganti attraverso le tempeste, diventa una metafora della stessa donna: una guida affidabile e una fonte di speranza in un mondo spesso ostile e incerto. Queste donne hanno dimostrato che l’eroismo non risiede solo nei grandi atti politici o militari, ma anche nella tenacia quotidiana, nella protezione della propria famiglia e nella capacità di trovare una via di uscita da situazioni disperate.La loro è una forma di eroismo discreto, un’eredità di quieta audacia che ha contribuito a definire il percorso dell’emancipazione femminile in Italia.
Le storie di Francesca e di Lucia rimangono come un faro di memoria; luci che non solo hanno illuminato ma che continuano a rischiarare il percorso di coraggio e di risolutezza delle donne che hanno navigato le tempestose acque della storia per trovare la propria strada.
Carmelo Giuseppe Tribunale

