Il motivo che spinge ad occuparsi di questo argomento, è senza dubbio la passione per tutto ciò che è arte.
Un mondo familiare, è pieno di bellezza, intrigo, magia, illusione, enigmi, ambiguità.
Ma il vero motivo è il voler eseguire uno studio approfondito per quanto riguarda la rappresentazione pittorica e ciò che ha spinto l’uomo ad adottare questa tecnica, per molti banale, antica, incomprensibile, meravigliosa, straordinaria, innovativa.
Questa stessa intenzione è emersa, anche a molti studiosi, critici o anche soltanto intenditori dell’arte. Uno di questi è E.H.Gombrich, che pubblicò nel 1960 il suo “studio sulla psicologia della rappresentazione pittorica intitolata, appunto, “Arte e Illusione”.
L’approfondimento e la comprensione della “selva selvaggia” è partita proprio dall’analisi del libro del Gombrich. Dalla lettura di queste pagine si capitsce che l’arte non è poi così incomprensibile, ambigua o particolare; che l’illusione è difficile da poter spiegare, descrivere ed illustrare, e che tutto può essere visto come qualcosa che “è stata”, “è sarà” sempre dell’uomo.
Molti pensano che l’arte sia soltanto una disciplina che fa parte delle competenze dello storico o del critico dell’arte; ma noi non siamo d’accordo e penso che sia solo un preconcetto portato avanti forse per pigrizia di non voler vedere cosa ci possa essere al di là di quell’immagine.
L’autore paragona le opere d’arte a qualcosa simile a degli specchi in quanto hanno in comune la facoltà di trasformarsi; una trasformazione difficile da definire a parole. Ecco che così non si può trascurare l’uno dall’altro, ossia lo studio delle’arte dallo studio delle illusioni. Queste trasformazioni allo stesso modo generano in noi un senso di meraviglia attraverso forme, linee, ombre e colori, strumenti indispensabili per creare i fantasmi della realtà visiva, cioè le immagini.
Gli strumenti che ogni artista utilizza per la realizzazione di queste immagini sono quindi forme, linee, ombre e colori. Questi, soggetti a trasformazione, fanno si che generi una rappresentazione del reale. Ma il risultato è veramente reale? È reale solo perché i pittori riescono ad imitare la realtà, in quanto “ vedono di più”? Ma il riuscire a “ vedere di più” è dato da una capacità acquisita o innata? A tutto ciò si può essere educati o è qualcosa che si possiede?
Le prime risposte a questi quesiti stanno nell’analizzare due parole, “vedere” e “ osservare”. Secondo la stragrande maggioranza di noi “vedere” e “osservare” sono la stessa cosa, in quanto esprimono una stessa azione, “guardare”.
Questa affermazione è vera solo in parte perché entrambi esprimono la stessa azione ma con delle sfumature diverse che contraddistinguono uno dall’altro. Infatti “vedere” esprime un’azione statica, mentre “osservare” riguarda il guardare attentamente e in profondità. Per comprendere meglio questa sfumatura si possa pensare come se dai nostri occhi si propagassero raggi visivi che, nell’osservare riuscissero a perforare l’oggetto stesso, quasi come se mirassero al cuore; contrariamente nel “vedere”, dove i raggi visivi avrebbero la possibilità di fermarsi solo all’involucro esterno dell’oggetto. L’artista quindi osserva la realtà e trascrive tutto ciò che riesce a tradurre da questa operazione visiva.
Il ruolo dell’artista non si deve confondere con la figura professionale del fotografo, anche se il capo d’indagine è uguale. Infatti l’artista non può essere un fotografo perché ciò che li distingue è il modo di rappresentare la realtà, uno in modo soggettivo e l’altro in modo oggettivo. È come se la realtà per l’artista venga vista attraverso l’obbiettivo di una macchina fotografica con filtro, invece per il fotografo attraverso un obbiettivo senza filtro.
Questi filtri per l’artista rappresentano una sorta di bagaglio di attrezzatura che si porta dietro e che si attiva ogni qual volta egli interagisce con la realtà. All’interno di questo bagaglio avremo attrezzatura che rappresenta: educazione, psiche, stati d’animo, bagaglio culturale, tecnica, personalità, temperamento.
Se si vuole comprendere l’immagine non si può fare a meno di esaminare l’uomo-artista.
L’artista indaga la realtà ma non tutta la realtà, soltanto quella che ad egli da emozioni e reazioni; così facendo non riproduce fotografie ma anche quando volesse lo farebbe a seconda delle sue emozioni. Come dice il Gombrich “ arte naturalmente è il linguaggio in cui solo il maestro può esprimere la sua visione”.
Condividiamo appieno questa affermazione in quanto l’arte non è altro che un modo di esprimere- comunicare ciò che si è, si è stati e si ha dentro.
L’arte potrebbe essere paragonata al pari della scrittura; infondo ogni uomo conosce il mondo della scrittura e quello dell’immagine, ma non tutti riescono ad usare brillantemente questi strumenti del genere umano. Già da piccoli ci mandano a scuola e la scrittura ci accompagna per tutta la vita; allo stesso modo già da piccoli l’immagine è presente in noi. Ma quanti di questi riescono a scrivere frasi e disegnare delle case? Tutti riescono essendo educati a scrivere e a disegnare; ma quanti di loro riusciranno a fare di quelle frasi delle poesie o a fare di un’immagine un capolavoro? Solo in pochi; questo non spiega che non lo sappiano fare ma solo che non hanno un’inclinazione particolare. Ecco che la comunicazione è insita in ognuno di noi, ci appartiene ma siamo solo noi che decidiamo o adoperiamo o siamo inclini ad una determinata forma di comunicazione.
Come ogni forma anche la rappresentazione si è evoluta e continua ad evolversi. Infatti le popolazioni primitive esprimono la realtà in modo schematico, lineare, simbolico, priva di dettaglio; con il passare del tempo la rappresentazione acquista connotati nuovi, come ricchezza, dettaglio, perfezione.
L’evoluzione di migliaia di anni può essere paragonata all’evoluzione di un bambino in crescita. Infatti per un bambino, nei primi anni di età, i disegni sono rappresentati in modo lineare, schematico; pian piano che il bambino cresce, incomincia a sviluppare il modo di osservare insieme al modo di rappresentare; ecco che realizzerà i suoi disegni con una particolarità di dettaglio sempre maggiore, perfezione, tecnica.
La capacità di muoversi all’interno del mondo della rappresentazione è data anche dalla capacità intrinseca di riuscire a scomporre l’immagine che si sta osservando in una forma più semplice. L’artista è come se si attenesse a degli schemi, una sorta di “abbreviazioni” o “semplificazioni”. Tutti gli artisti si sono serviti di questo metodo, sia grandi che piccoli. Infatti anche nei disegni dei bambini, i tratti che costituiscono un’immagine non sono altro che delle semplificazioni della realtà. E questo non ci deve far pensare che il bambino veda allo stesso modo in cui rappresenta.
Un altro punto importante affrontato dal Gombrich è l’analisi dell’immagine dal punto di vista dell’osservatore.
È in dubbio che un problema fondamentale dello spettatore è leggere l’immagine.
Quello che noi leggiamo, sostiene l’autore, dipende dalla capacità di riconoscere cose o immagini che già teniamo accumulate nella nostra mente.
Abbiamo detto precedentemente che il disegnare, il rappresentare non è altro che un modo di comunicare, a questo punto comunicare le idee, il proprio “io” artista. La bravura dell’artista sta sia nella capacità di utilizzare degli schemi, proprio quelli comprensibili non solo da lui stesso ma da tutti, e sia la capacità di aver espresso se stesso, in modo da rendere leggibile l’immagine prodotta.
Il Gombrich però sostiene che l’importanza dell’arte è quando si emancipa dal contesto rituale e si rivolge apertamente all’immaginazione dell’uomo. Diventando un’arte dove la capacità del pittore servono a indirizzare le capacità del pubblico, conducendolo verso l’illusione.
L’arte così diviene illusione, cioè un tramite, un ponte che collega il reale con l’irreale.
Si cerca di rappresentare la realtà come essa appare, in tutte le sue forme e dimensioni, ma viene limitato questo processo dal fatto che la trasposizione non avviene su tutte e tre le dimensioni; ma la rappresentazione risulterà bidimensionale.
L’uomo per sfuggire a questa restrizione, limitazione è riuscito ad inventare una tecnica nuova ed originale, la prospettiva.
La prospettiva possiamo immaginarla come “foglio di vetro”, dove la realtà sarà solo al di là di esso; noi con il nostro pennarello cercheremo di delineare tutti i contorni e i particolari di questa realtà. Oppure come se noi spettatori fossimo stati a teatro ad assistere ad uno spettacolo e la scena si sia bloccata.
Questa tecnica è vista come una convenzione per descrivere lo spazio stando attenti che non si riprodurrà un’immagine corretta. L’aberrazione è data dal fatto che la trasposizione reale sul supporto si limita a tradurre in bidimensionale, annullando così anche il movimento, restituendolo sotto forma di “anticipazione del movimento” o di “movimento potenziale”. Nell’immagine sarà evidente un “ moto statico”.
La tecnica della prospettiva cerca di ridurre al minimo questo errore ma anche di descrivere lo spazio, la terza dimensione che non può essere resa attraverso il supporto. Infatti la prospettiva aspira a realizzare un’equazione corretta. Ma ci troviamo in una vera e propria rappresentazione dell’illusione.
La facoltà interpretativa dell’osservatore sta proprio nella lettura dell’immagine e nella capacità di collaborazione tra lui e l’artista, trasformando un pezzo di tela in qualcosa che assomigli al mondo visibile.
J.J.Gibson, sostiene che noi tutti nasciamo con la capacità interpretativa, riuscendo ad interpretare le nostre impressioni visive in termini di un mondo possibile, cioè in termini di spazio e luce.
Se di scoperta si possa parlare, non è altro che proporre per la seconda volta ciò che esiste da sempre.
La prospettiva fu inventata, o meglio “scoperta” nel Rinascimento dove il promotore fu Giotto. Su questo non ci sono dubbi, ogni libro dell’arte riporta questa affermazione. Ma se si parla di “scoperta” come qualcosa rivisitata una seconda volta; perché non esaminare rappresentazioni precedenti a Giotto per verificare? Ebbene una studiosa si occupò proprio di affrontare e analizzare questo “problema”, L.Carlevaris.
Dopo un accurato studio delle celebri pitture parietali conservate nella “Sala delle Maschere” della Casa di Augusto sul Palatino, riuscì a sostenere che l’uomo non “scopre” nulla ma “riscopre” e che la tecnica della prospettiva era in uso già nulla pittura romana, attraverso schemi o moduli, digressioni; la volontà compositiva era più forte di quella prospettica, raggiungendo risultati di un’eccezionale efficacia.
Immergendoci in queste meraviglie del passato e non, scopriremo un mondo magico e fantastico grazie all’aiuto dei nostri sensi, rappresentando la copia che l’artista ha in mente ma anche di ciò che vede fuori di sé.
L’artista indipendentemente dall’arco di tempo in cui vive, realizza la sua opera facendola diventare trasparente in modo da educarci a vedere con occhi nuovi il mondo che ci circonda, illudendoci di vedere all’interno dei raggi invisibili dello spirito solo se però sapremo usare i nostri occhi.

“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”. G.B.Shaw.

Veronica Falcone