Barrea interroga il futuro lungo le antiche vie della transumanza

Ci sono domande che sembrano rivolte al passato e che, invece, interrogano profondamente il futuro. “A cosa serve la transumanza?” è una di queste.

Attorno a questo interrogativo, sabato 1° agosto 2026, Barrea ha costruito un’intera giornata di riflessione, confronto e riscoperta, trasformando il Castello monumentale e le vie del borgo in un luogo d’incontro tra storia e contemporaneità, sapere scientifico e memoria popolare, tutela ambientale e possibilità di sviluppo.

È stata un’iniziativa culturale capace di guardare alla transumanza per ciò che realmente rappresenta: un patrimonio vivo, un antico sistema di relazioni tra l’uomo, gli animali e la natura, ma anche una possibile risorsa per il futuro delle comunità delle aree interne.

A promuovere l’evento è stato il Comune di Barrea, guidato dal sindaco Aldo Di Benedetto.

La giornata dedicata alla transumanza nasce anche da questa visione: proteggere un territorio significa conservarne il paesaggio e la memoria, ma anche creare le condizioni necessarie perché le persone possano continuare a viverci, lavorare e sentirsi parte di una comunità viva.

L’iniziativa ha assunto un significato ancora più importante perché si è svolta nel 2026, proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, con la FAO chiamata a guidarne le celebrazioni.

Un riconoscimento mondiale rivolto al ruolo svolto dalle comunità pastorali nella sicurezza alimentare, nella conservazione della biodiversità, nella protezione degli ecosistemi e nella sopravvivenza delle economie rurali.

La transumanza, inoltre, è stata iscritta nel 2019 nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO.

Barrea si è rivelata la cornice ideale per questo confronto.Qui il paesaggio non è soltanto uno scenario da ammirare, ma una pagina di storia ancora aperta. Le montagne, i pascoli, il lago e gli antichi percorsi raccontano secoli di partenze e ritorni, di greggi condotte lungo i tratturi, di uomini che conoscevano le stagioni osservando il cielo e ascoltando il respiro della terra.

La transumanza ha unito per secoli l’Abruzzo alla Puglia, costruendo un ponte economico, sociale e culturale tra territori lontani.

Lungo le vie armentizie non transitavano soltanto pastori e animali: viaggiavano parole, usanze, canti, conoscenze, merci e forme di solidarietà. Si costruiva così una civiltà silenziosa e tenace, fondata sulla fatica, sulla pazienza e sul rispetto dei ritmi naturali.

La sessione mattutina, ospitata nella Sala del Castello monumentale, si è aperta con l’introduzione e i saluti istituzionali del sindaco Aldo Di Benedetto, del direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Luciano Sammarone, e delle rappresentanti della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province dell’Aquila e Teramo, Emanuela Ceccaroni e Francesca Spadolini.

Presenze che hanno testimoniato la volontà di affrontare il tema attraverso prospettive differenti ma complementari: l’amministrazione del territorio, la protezione della natura, la ricerca, la tutela del paesaggio e la conservazione della memoria.

Con il suo intervento, Greta Semplici, dell’Università del Molise, ha posto al centro la transumanza come possibilità concreta di valorizzazione dei tratturi e delle vie tratturali.

Recuperare questi percorsi non significa soltanto preservare antichi tracciati, ma restituire continuità a una rete capace di collegare borghi, aree rurali e paesaggi di straordinario valore.

I tratturi possono diventare itinerari culturali e ambientali, luoghi di conoscenza e cammini per un turismo lento e consapevole. Possono offrire nuove opportunità alle comunità dell’entroterra, spesso costrette a confrontarsi con lo spopolamento, l’isolamento e la progressiva perdita delle attività tradizionali.

Gli aspetti ecologici della transumanza sono stati approfonditi da Tommaso Campedelli, del progetto Life ShepForBio e della Scuola di Pastorizia di Calascio, e da Edmondo Di Loreto.

Il passaggio controllato delle greggi può contribuire alla cura dei pascoli, alla conservazione degli ambienti aperti, alla diffusione delle sementi e al mantenimento della biodiversità. La presenza pastorale può inoltre contrastare l’abbandono del territorio e l’avanzata incontrollata della vegetazione, contribuendo anche alla prevenzione degli incendi.

Il momento conviviale, con la degustazione di prodotti locali curata dall’Azienda agrituristica Zooristur Farm, ha restituito il legame profondo tra pastorizia, qualità alimentare e identità territoriale, mostrando come un sapere antico possa offrire risposte a problemi estremamente attuali.

Dietro ogni prodotto vi sono una storia, un paesaggio custodito, un sapere tramandato e il lavoro quotidiano di persone che continuano a vivere nelle aree montane, opponendosi con la loro presenza all’abbandono.

Particolarmente significativo è stato il dibattito aperto al pubblico, intitolato “Serve ancora la transumanza?”, con la partecipazione di Italia Romano, Pietro D’Annessa, Greta Semplici, Tommaso Campedelli, Francesca Romana Del Fattore ed Edmondo Di Loreto, durante il quale è emerso che la transumanza serve se sappiamo riconoscerne il valore senza ridurla a una manifestazione folcloristica. Serve se torna a essere occasione di lavoro, presidio ambientale, educazione e conoscenza. Serve se le istituzioni, la ricerca scientifica, gli allevatori e le comunità locali riescono a costruire attorno a essa una visione condivisa.

Nel corso della giornata è stato presentato anche il volume Il valore della Transumanza, curato dal sindaco Aldo Di Benedetto: una pubblicazione che non si limita a celebrare una tradizione, ma la osserva attraverso la storia, la scienza, l’ecologia, la ricerca e la forza delle immagini.

Ad aprire il libro è una frase tratta dalla Dichiarazione UNESCO sulle responsabilità delle generazioni presenti nei confronti di quelle future: un richiamo al dovere di identificare, proteggere e conservare il patrimonio culturale, materiale e immateriale, per poterlo trasmettere. È questa la chiave che attraversa l’intero volume e ne rivela il significato più profondo.

Alla premessa di Aldo Di Benedetto seguono contributi che affrontano la transumanza da prospettive differenti e complementari:

“Transumanza e biodiversità” di Tommaso Campedelli;

“Le vie dei pascoli tra memoria e futuro” di Francesca Romana Del Fattore;

“Diario di Transumanza” di Greta Semplici.

A essi si aggiungono la cartografia storica del Tratturo Pescasseroli-Candela nell’Alto Sangro, tratta dall’Atlante di reintegra del 1810 conservato presso l’Archivio di Stato di Foggia, e la preziosa rassegna fotografica “Genti e armenti tra Abruzzo e Puglia”, curata da Edmondo Di Loreto.

Particolarmente suggestiva è la ricostruzione della prima ricognizione completa del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, eseguita tra il 1778 e il 1779 dai compassatori Vincenzo Magnacca e Nicola Conte. Un percorso di 211 chilometri, secondo per lunghezza nell’Italia meridionale, che collegava l’Abruzzo montano al Tavoliere pugliese ripercorrendo cammini già frequentati in epoca romana e poi riutilizzati dal Basso Medioevo.

Il libro diventa così un ponte tra memoria e futuro:

documenta un patrimonio oggi spesso esposto all’abbandono e alle appropriazioni improprie, ma indica anche la necessità di una collaborazione tra ricerca scientifica, istituzioni e comunità locali. Conservare i tratturi non significa immobilizzare il passato; significa restituire vita ai territori montani, favorire un turismo sostenibile e consegnare alle nuove generazioni la conoscenza di una civiltà che ha modellato per secoli il paesaggio e l’identità del Mezzogiorno.

Nel pomeriggio la riflessione si è aperta ai linguaggi delle immagini, dell’arte e del racconto.

La rassegna fotografica “Genti e armenti tra Abruzzo e Puglia”, curata da Edmondo Di Loreto, ha riportato al centro i volti, i gesti e i paesaggi di questa antica pratica.

La proiezione del filmato “Voci e luoghi della transumanza”, di Amedeo Veneruso, ha affidato alle immagini e alle sonorità il compito di raccontare ciò che le sole parole non sempre riescono a restituire: il ritmo del cammino, il suono dei campanacci, la polvere sollevata dal gregge, la solitudine dei pastori e la vastità degli orizzonti attraversati.

Il murale “Le vie del tratturo”, realizzato da Emmanuel Alcala Preli e Maria Cieri ed esposto all’ingresso del borgo medievale di Barrea, ha consegnato alla comunità un segno destinato a rimanere.

L’arte è diventata così custode visibile della memoria, trasformando il racconto pastorale in un’opera capace di dialogare ogni giorno con il borgo, i suoi abitanti e i visitatori.

La visita conclusiva alla Zooristur Farm ha ricondotto idealmente il dibattito alla concretezza della terra, degli animali e del lavoro, perché è proprio nel passaggio dalla riflessione all’esperienza che una tradizione può smettere di essere soltanto memoria e tornare a generare futuro.

La giornata di Barrea ha avuto il merito di mostrare che la transumanza non appartieneesclusivamente ai libri di storia, ma conserva una sorprendente attualità:

parla di sostenibilità,

cura del paesaggio,

produzioni di qualità,

turismo responsabile,

di equilibrio,

di difesa delle comunità montane

e,soprattutto,

trasmissione dei saperi.

La Transumanza ha il valore fondamentale di insegnarci che l’uomo non è padrone assoluto della natura, ma parte di un cammino condiviso.

E ci ricorda che:

ogni partenza ha bisogno di una meta,

ogni attraversamento di una sosta,

ogni ritorno di una casa capace di accogliere.

Barrea,cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ha dunque compiuto un gesto di autentica custodia: ha riunito istituzioni, studiosi, operatori e cittadini affinché le antiche vie dei pastori non fossero cancellate dal silenzio.

A cosa serve, allora, la transumanza?

Serve a ricordarci chi siamo stati.

Serve a comprendere il paesaggio che abbiamo ricevuto.

Serve a proteggere territori fragili e preziosi.

Serve a restituire dignità al lavoro dei pastori e nuove possibilità ai paesi dell’entroterra.

Può servire, soprattutto, a indicare alle nuove generazioni una strada possibile:

quella di un progresso che non recida le radici, ma sappia camminare insieme con esse.

Proprio come facevano i pastori lungo i tratturi:

avanzando lentamente,

custodendo il gregge,

affidando all’orizzonte la speranza del ritorno.

                                                                                  Principia Bruna Rosco