di Paolo Pivetti

 

Padre Nostro: si cambia. Dopo duemila anni vengono cambiate le parole del Padre Nostro, e questo non interessa soltanto quel 25% di italiani che secondo le ultime statistiche frequentano la messa, ma tutti noi, credenti e non.

Come ebbe ad affermare Benedetto Croce, filosofo laicissimo del nostro Novecento, noi “non possiamo non dirci cristiani”. Perché il Cristianesimo è uno dei pilastri fondanti della nostra identità culturale: fu il Cristianesimo infatti a trasferire l’eredità classica greca e latina nella modernità, forgiando un nuovo modello di uomo e di società, non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa e per tutto l’Occidente.

Dunque è ragionevole che oggi noi tutti ci preoccupiamo laicamente del Padre Nostro, domandandoci perché mai parole fissate nella memoria collettiva da duemila anni debbano essere cambiate, come ha deciso la Conferenza Episcopale Italiana.

La questione riguarda, com’è noto, l’invocazione conclusiva “Non ci indurre in tentazione”, sentita come inappropriata perché Dio non può essere pensato come “tentatore”, e alla quale verrà sostituito, anche nella messa domenicale, com’è già in una nuova traduzione, un “non abbandonarci alla tentazione”: più corretto, meno inquietante. Papa Francesco, per ottenere più in fretta questo risultato, recentemente ha sparato a zero sul “non ci indurre” affermando che la traduzione italiana del Padre Nostro, quella che è lì da duemila anni, “è sbagliata”.

Dunque questo papa argentino che non sa nemmeno troppo bene l’italiano, ne sa di più di san Girolamo, dottore della Chiesa, che nel Quarto Secolo diede al mondo la Vulgata, cioè la splendida traduzione latina dei testi originali dei Vangeli, in particolare di quello di Matteo che contiene il Padre Nostro, di cui Girolamo conosceva, oltre alla versione greca, anche un perduto originale in aramaico. Perché è dal latino “et ne nos inducas in tentationem” di Girolamo, tramandato nei secoli, che la Chiesa italiana aveva attinto e conservato per altrettanti secoli il nostro “non c’indurre in tentazione”.

La preoccupazione di Papa e Vescovi sembrerebbe ragionevole e sensata: chiarire alla gente che Dio non è tentatore. Cosa che per duemila anni nessuno ha mai sospettato, se per tanti secoli un intero mondo ha creduto un Dio salvatore.

Questo intervento così “fiscale” sul Padre Nostro sembra non tener conto che la preghiera fondamentale del Cristianesimo, semplice e universale, dettata direttamente da Cristo secondo l’apostolo Matteo, parla un linguaggio popolare e dottissimo, fatto d’immagini ma anche di sintesi fulminanti, che per duemila anni ha funzionato perfettamente. Già l’incipit, “Padre nostro che sei nei cieli”, è una metafora. Nei cieli: quali cieli? Serve forse una spedizione spaziale per individuare il nido celeste del Padre? O non è semplicemente un riconoscimento, a un tempo popolare e altissimo, della trascendenza di Dio? E “dacci oggi il nostro pane quotidiano” è forse una pubblicità istituzionale per i panettieri? O “pane quotidiano” non è per caso un’immagine per esprimere in sintesi tutto ciò che alimenta la nostra vita, materiale e spirituale, compresi gli affetti famigliari e le nove sinfonie di Beethoven?

Ma oggi queste cose non si capiscono più, ed abbiamo una Chiesa che sembra preoccupata di racchiudere il mistero, anche il mistero del male, in anguste parolette razionalmente plausibili che non scandalizzino nessuno.

“Non c’indurre in tentazione” è un’espressione in sintesi, e metricamente più giusta, per dire “Non lasciare che siamo indotti in tentazione”. Lo capiva anche un bambino. Ma non l’hanno capito quei “sapienti” ai quali i segreti più profondi della vita sembrano restare nascosti.