Uno spaccato profondo e inquietante di una delle pagine più oscure della cronaca del Varesotto. È stato presentato presso Spazio Materia il libro Il più bel trucco del diavolo del giornalista Gianluca Herold, un lavoro di ricerca e ricostruzione che nasce inizialmente come progetto universitario alla IULM e che, nel tempo, si è trasformato in un’indagine narrativa complessa e dolorosa.
Il volume è stato scritto nell’arco di sei mesi intensi, ma affonda le radici in anni di raccolta di materiali: fonti giornalistiche, documenti e soprattutto oltre duecento interviste realizzate con il protagonista della vicenda, Andrea Volpe. Un lavoro lungo e meticoloso che ha portato l’autore a scavare non solo nei fatti, ma anche nelle menti e nell’anima dei giovani coinvolti in quella storia.
Al centro del libro c’è infatti il racconto di un gruppo di ragazzi uniti dalla passione per il rock metal, inizialmente legati da un gioco identitario e provocatorio che nel tempo si è trasformato in qualcosa di sempre più grande e oscuro, fino a sfociare in efferati omicidi. Una vicenda che ha segnato profondamente il territorio varesino, catapultato improvvisamente nel terrore e nella cronaca nera nazionale.
Figura centrale della narrazione è Andrea Volpe. Dopo quasi vent’anni trascorsi in carcere, oggi vive a Comacchio insieme alla moglie. Convertito alla Chiesa evangelica, conduce una vita appartata sotto stretto controllo psichiatrico. La sua figura resta tuttavia complessa e controversa: un uomo che tenta di lasciarsi alle spalle il passato, ma che rimane segnato da ciò che è stato.
Il libro prova a interrogarsi su una domanda difficile: come si diventa Andrea Volpe? Come può un ragazzo trasformarsi in un satanista, poi in un assassino, e infine in un uomo che cerca una forma di redenzione?
Le numerose interviste raccolte da Herold rappresentano l’ossatura del racconto. Attraversano le diverse fasi della vita di Volpe: l’infanzia, gli anni precedenti ai delitti, il carcere, la conversione religiosa e il tentativo di ricostruire un’esistenza diversa. Tra le pagine più delicate e complesse vi sono quelle dedicate agli atti criminali, raccontati con la difficoltà di affrontare una memoria ancora dolorosa e controversa.
Ne emerge il ritratto di una persona non completamente risolta, sospesa tra il desiderio di dimenticare e il peso di una storia che non può essere cancellata. Un’indagine umana prima ancora che giudiziaria, che prova a comprendere — senza giustificare — come una vicenda così estrema abbia potuto prendere forma.
Il più bel trucco del diavolo diventa così non solo la ricostruzione di un caso di cronaca, ma anche il tentativo di capire i meccanismi psicologici, sociali e culturali che possono condurre un gruppo di giovani verso una spirale di violenza. Un pezzo di storia del Varesotto che continua ancora oggi a interrogare coscienze e memoria collettiva.
