di Paolo Pivetti

 

Che cosa mai non è emergenza, oggi?

Dagli scenari di politica internazionale, che echeggiano minacce e paurose esplosioni con epicentro il Medio Oriente a due passi da casa nostra, fino al rebus di un futuro governo italiano, per non parlare di emergenze ormai croniche, l’immigrazione, i conti dell’INPS, la decrescita demografica, il bullismo studentesco dilagante… Il termine e il concetto stesso di emergenza stanno diventando così abituali, da contraddire la loro stessa natura di eccezionalità. Nel suo significato più comune infatti, l’emergenza è definita da un buon vocabolario “circostanza imprevista” o “incidente impensato” o anche “inaspettata situazione grave e pericolosa”.

Questa parola oggi inflazionata giornalisticamente, presente nella nostra lingua dal secolo XVIII, deriva dal verbo emergere. Identico al verbo latino da cui proviene, nel suo primo significato questo verbo indicherebbe un uscir fuori, un distinguersi (emergere dall’acqua, emergere negli studi). Poi, anche per il forte influsso dell’inglese emergency, è venuta a significare un pericolo che emerge, un ostacolo, una difficoltà estrema, come quella del terremoto, dei rifiuti nelle strade o del petrolio versato in mare da una petroliera alla deriva.

Ed è al verbo latino emergo, emergere che dobbiamo tornare per scoprire altre curiose discendenze. Anzi, facendo un passo indietro, il verbo latino d’origine è mergere cioè tuffare, immergere, affondare eccetera, che, preceduto da ex, assume significato contrario: e(x)-mergere cioè uscire. Nella nostra lingua abbiamo chiarito ancor meglio i significati opposti con due prefissi: in-mergere (immergere) per il tuffo, e-mergere per l’emersione.

Ma torniamo al latino mergo, mergere. Da questo verbo, risalente ad un’importante radice indoeuropea “mezg”, comune alle aree linguistiche latina, baltica e indiana, i Latini trassero mergus, nome che diedero all’”uccello che s’immerge”. Di qui, attraverso un incrocio con il francese medievale marenc, cioè “marino”, è nato marangone, nome riservato nell’italiano medievale a quell’uccello. Che poi, dall’Ottocento, abbiamo chiamato cormorano, dal francese cormoran, derivante a sua volta da un arcaico cormareng, nel francese antico, “corvo marino”.

Quanto a marangone, per completare il quadro, era anche, nell’antico gergo marinaresco, chi per mestiere si tuffava in mare per riparare le navi sotto il livello dell’acqua. Di qui il significato di maestro d’ascia negli arsenali, e più genericamente carpentiere, falegname, che ancora troviamo per marangon in alcuni dialetti tra il Veneto e l’Emilia.