di Paolo Pivetti

 

La settimana scorsa si è consumato uno scontro sull’Italiano tra “pesi massimi”: nientemeno che l’Accademia della Crusca, massima autorità nazionale in difesa della lingua, contro il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, al secolo MIUR, cioè, scusate se è poco, il ministero responsabile dell’educazione degli Italiani.

Il casus belli: la pubblicazione, da parte del MIUR, di un documento con titolo in burocratese cacofonico: “Sillabo programmatico sulla promozione dell’imprenditorialità nelle scuole statali secondarie di secondo grado”. (Ma perché “sillabo”, che vuol dire “elenco” in un italiano arcaico?).

I linguisti del gruppo “Incipit”, che nell’Accademia della Crusca svolgono l’importante compito di contrastare l’anglicismo dilagante, accusano il MIUR di “un sovrabbondante e non di rado inutile ricorso all’inglese”. Sentinelle della nostra preziosa e maltrattata lingua, approfondiscono l’analisi e parlano chiaramente di “meccanica applicazione di un insieme concettuale anglicizzante” mettendo così in chiaro che l’anglicizzazione dell’italiano non è soltanto un problema di vocaboli, ma prima ancora, di mentalità, in ultima analisi, di cultura.

Addirittura, aggiungono i linguisti, il documento “più che un’educazione all’imprendito-rialità sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro”. Ed ecco, in pochi esempi, la sferza dell’ironia: “A leggere il testo, pare che per imparare ad essere imprenditori non occorra saper lavorare in gruppo bensì conoscere le leggi del team building; non serva progettare ma occorra conoscere il design thinking; essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day.”

La ministra Valeria Fedeli, responsabile del MIUR, non ha fatto attendere la sua risposta, sostenendo che “il ricorso a termini stranieri è tutt’altro che inutile, qualora ci si riferisca ad ambiti strettamente specialistici” e notando con sarcasmo che gli stessi Cruscanti hanno scelto per definire il loro gruppo un termine latino, Incipit, “senza per questo tradire la loro missione in difesa della lingua italiana”.

Termine latino? Ma ìncipit è una parola della lingua italiana, si trova su tutti i vocabolari col significato di “inizio” riferito a un’opera letteraria. Esempio: “Quel ramo del lago di Como… è l’ìncipit dei Promessi Sposi”. Certo, ìncipit è, come tante altre nostre parole, la trasposizione di un’identica parola latina, perché l’italiano è fatto di latino. Il latino è la nostra lingua madre, e per noi non sarà mai una lingua “straniera”. E la parentela che ci lega al latino è molto, molto più stretta di quella che ci potrà mai legare all’anglo-aziendalese.