di Paolo Pivetti

Tra le persone che ricordiamo con maggiore gratitudine c’è a volte un grande umorista o un grande comico che, strappandoci alla noia dei giorni e obbligandoci al piacere di una risata, ci ha donato un momento di felicità, di perfetta consonanza col mondo, di oblio del dolore. Eppure, nella mentalità comune il riso è considerato non degno di essere messo tra le cose importanti, e tantomeno tra le cose nobili. A volte, addirittura, lo consideriamo sconveniente.

Ma, in fine, cos’è il riso, che significa ridere?

Henri Bergson, filosofo francese vissuto tra metà Ottocento e metà Novecento, è il primo e anche l’unico filosofo che abbia dedicato un’intera trattazione al riso. Questo perché non possiamo contare che su qualche frammento del famoso secondo capitolo perduto della “Poetica” di Aristotele dedicato alla commedia, che Umberto Eco, nel Nome della Rosa, fa divorare, nell’unica copia rimasta, al folle monaco Jorge durante l’incendio che lo divorerà insieme con tutta la biblioteca dell’abbazia.

Dai primordi del pensiero occidentale dobbiamo dunque arrivare al 1899, anno di pubblicazione di “Le rire. Essai sur la signification du comique”. E’ un breve e intenso volume, nel quale Bergson, dopo un esame approfondito, conclude che non siamo in grado di rispondere alla domanda: “Perché si ride?”. Il perché del riso rimane dunque un mistero. Possiamo tutt’al più limitarci ad analizzare il “come” si ride. Dopo di che espone una serie di condizioni che lui individua nella vita e nella letteratura (e per estensione nello spettacolo) come leggi del comico: la meccanicità, l’inconsapevolezza del soggetto, l’indifferenza di chi assiste eccetera…

Tutti i predecessori di Bergson, da Platone a Hobbes, da Kant a Schopenhauer, lasciano cadere dall’alto qualche definizione, che ha l’effetto di relegare l’esperienza del ridere tra quelle non molto degne di esser prese sul serio. Addirittura Baudelaire, e siamo nel veneratissimo Ottocento, attribuì al comico un’origine satanica per giustificare il fatto che, secondo lui, esso è totalmente estraneo a Dio. Opinione doppiamente discutibile perché certamente, se Dio è amore, sarà ben più contento di vedere gente allegra che gente triste.

Freud vide nel riso un misto di regressione all’infanzia e di aggressività, mentre Giosuè Carducci, per un omaggio alla statura morale di Giuseppe Mazzini, lo definì “Colui che mai non rise”.

Di contro è vero che altri grandi uomini della storia come Tommaso Moro e Sant’Ambrogio praticarono brillantemente l’umorismo, e che l’umorismo non manca al Manzoni dei Promessi Sposi, e che Dante denominò il suo poema “Commedia” (l’aggettivo “divina” è dovuto alla posterità), e non esitò ad inserirvi scene comiche. Ma in tutta la tradizione che ci precede il riso ha occupato, nella gerarchia della cultura “che conta”, una posizione di ultima, trascurata ed umile tra tutte le esperienze umane.

Ridiamoci sopra.