Massimo Montanari: il generale che ha insegnato al cielo a ricordare

Il 7 febbraio 2026 si è spento il generale Massimo Montanari, uomo d’aria prima ancora che uomo d’armi, figura profondamente legata all’identità più pura dell’Aeronautica Militare italiana. Con lui non scompare soltanto un ufficiale di altissimo profilo: se ne va una presenza familiare nei cieli d’Italia, un volto riconoscibile tanto nelle fotografie ufficiali quanto nei sorrisi spontanei condivisi negli hangar, tra tecnici e giovani piloti.

Montanari apparteneva a quella generazione di aviatori cresciuti quando il volo non era soltanto tecnologia ma vocazione assoluta. La sua vita è stata interamente dedicata all’aria: addestramento, pattuglie, missioni, formazione. Non esiste un capitolo della sua biografia che non conduca inevitabilmente a una pista, a una cabina di pilotaggio o a un debriefing notturno sotto la luce artificiale delle basi operative.

Il pubblico lo ha conosciuto soprattutto attraverso le Frecce Tricolori, delle quali è stato emblema autentico. Non solo per le esibizioni — precise fino all’impossibile — ma per ciò che rappresentava: disciplina, fiducia reciproca e responsabilità totale verso il compagno di formazione. Per i piloti più giovani era un comandante esigente; per quelli che avevano già esperienza, un riferimento morale.

Nelle fotografie ufficiali appariva impeccabile, uniforme perfetta, postura rigorosa. Ma chi lo ha incontrato fuori dalle cerimonie ricorda soprattutto la naturalezza con cui parlava del volo: non come gesto eroico, bensì come mestiere serio da praticare con rispetto.

Il suo aereo, il G.91 PAN, resterà una delle immagini simbolo della sua carriera. Non un semplice velivolo storico, ma una macchina con cui ha costruito un linguaggio visivo riconoscibile: la scia tricolore che si apre sopra le città italiane e trasforma per qualche secondo lo spazio in appartenenza collettiva.

Molti spettatori vedevano la figura della pattuglia; chi lavorava con lui vedeva invece la responsabilità di ogni manovra, il peso di ogni decisione presa in frazioni di secondo.

Montanari non ha mai separato il pilota dall’uomo. Pretendeva molto perché per primo pretendeva da sé stesso. Era noto per la severità operativa e per l’umanità fuori servizio: il comandante capace di correggere duramente durante il briefing e pochi minuti dopo fermarsi a spiegare, senza formalismi, il perché di ogni scelta. Credeva che la sicurezza nascesse dalla conoscenza condivisa, non dall’autorità imposta.

Oggi l’Aeronautica saluta uno dei suoi interpreti più rappresentativi. I suoi colleghi non parlano di perdita, ma di continuità: ogni formazione che si stringe in virata, ogni giovane pilota che entra in linea operativa porta con sé qualcosa del metodo che Montanari ha contribuito a costruire.

Perché, come amano dire gli aviatori, un pilota non muore mai: vola soltanto più in alto.

E nei cieli dove il tricolore si apre ancora, il suo nome continuerà a essere pronunciato senza bisogno di retorica — basta alzare lo sguardo.